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Ma vi sembra il modo di comunicare?

Ma vi sembra il modo di comunicare? - Il medico comunica

Un articolo su Repubblica a proposito di cancro al seno e depressione mi rende furiosa. Ecco perché

Leggo su Repubblica un titolo, a caratteri cubitali: Nuovi indizi sul legame tra stress, depressione e cancro

E il sottotitolo:

Uno stato depressivo prolungato potrebbe contribuire alla progressione della malattia. Lo suggerisce uno studio dell'Istituto Superiore di Sanità condotto su 80 donne con tumore al seno.

L’articolo prosegue raccontando la ricerca condotta da istituti prestigiosi: l’Istituto superiore di sanità (Iss), insieme all'Istituto Tumori Regina Elena di Roma e all'Istituto europeo di oncologia di Milano.

Le banalità si sprecano: la diagnosi di tumore provoca stress, bisogna evitare l’isolamento sociale, …

Io, e il mio cancro, ci sentiamo chiamati in causa. Mi sembra più che evidente che l’articolo, e chi lo ha corretto e pubblicato, soffrono di tre problemi, frequenti e ben distinti tra loro.

Il primo problema è che non conoscono la realtà di chi ha un tumore. Ma come, direte, alla base ci sono frasi di oncologi prestigiosi … Sì, certo, ma il prestigio e le competenze non creano automaticamente la compassione e l’empatia.

Il secondo problema, tipico della realtà attuale, è che l’articolo è scritto “per far notizia”, per colpire l’attenzione, e poco importano le conseguenze che può avere su chi ha la malattia chiamata in causa.

Il terzo problema, anche questo molto comune, è la moda di far finta e indurre a ritenere che ciascuno possa fare o diventare tutto ciò che desidera.

Pazienza, mi spiegherò meglio.

Cominciamo dall’inizio: la realtà di chi affronta un cancro al seno. Io lo sto facendo e, per un errore diagnostico di una prestigiosa clinica universitaria milanese presso cui ho fatto lo screening per vent’anni, è stato diagnosticato quando era ormai avanzato anche se, grazie allo staff del piccolo ospedale di Lugo di Romagna, non era ancora troppo tardi. Operazione, chemioterapia, radioterapia e seguirà la ricostruzione. Ci vuole un anno. Un anno in cui una libera professionista sostanzialmente non lavora. E le partite IVA non hanno sussidi, mentre le assicurazioni, pagate per anni, hanno tempi lunghi e soprattutto tanti cavilli: si vive dei risparmi fatti negli anni passati.

Si scrive, e si legge molto, sulle implicazioni tra dieta e tumore. Internet è una tentazione, e comunque c’è sempre qualcuno ben intenzionato, o il medico stesso, che raccomanda di eliminare latte e latticini, carne rossa e bianca, e tutti i dolci. Rimane ben poco. Per quanto mi riguarda, visto che qualunque verdura induceva effetti che non posso dichiarare, non rimane nulla. Ecco: c’è un problema. Durante i mesi di chemioterapia l’apparato gastroenterico è totalmente KO. In poche parole, si vomita un bel po’, la nausea è una presenza costante, e tutto, persino l’acqua, sa di cartone, e quando va bene non si sente un solo sapore. Vi risparmio il resto. A far sballare glicemia, colesterolo, transaminasi e chi più ne ha, ci ha pensato prima la chemio e poi la radioterapia.

Fortunatamente il mio oncologo è un medico, e un uomo, davvero speciale. Mi ha consigliato di mangiare quello che riuscivo, evitando fritti e cibi pesanti (e chi ne aveva voglia?) suggerendo che avremmo concordato un regime alimentare dopo aver finito le terapie e fatto i controlli.

So, da fonte certa, che alcuni luminari ritengono opportuno sottoporre la paziente in chemioterapia all’idrocolonterapia. E poi si stupiscono delle depressioni.

La radioterapia è più subdola, ma non meno ricca di effetti collaterali. E quando pensi che sia finita, comincia il riempimento della protesi per preparare la ricostruzione. E fa un male bestia!

Vita sociale? Io ho tanti e splendidi amici, ma si fa fatica ad uscire, abbiamo ritmi diversi, e siamo per gli altri una costante fonte di stress e di paura.

Ci si stupisce di ansie e depressioni? Sarei più preoccupata se non ci fossero: vorrebbe dire che c’è un pesante scollamento con la realtà. Certo, non bisogna adagiarsi o abbandonarsi, ma non sarà la paura ulteriore indotta da un articolo terroristico ad aiutare!

Sul secondo problema, i titoloni per fa notizia, è stato detto già di tutto, e sono pienamente consapevole che bisogna convivere con questa realtà. Se non ci fosse il terzo problema, questo sarebbe davvero poca cosa.

Veniamo dunque al terzo punto: la moda (perché è davvero una moda) che ciascuno sia totalmente padrone di ciò che gli accade e possa ottenere tutto, ma proprio tutto, semplicemente con il “corretto” pensiero positivo.

Sono stati spesi fiumi di inchiostro su questo argomento, scritti libri, si tengono infiniti corsi e ci sono migliaia di frasi, tutte estrapolate dal contesto, che vengono pubblicate ovunque.

Teoricamente dovrebbe trattarsi di un invito alla responsabilizzazione del singolo verso la propria vita, dovrebbe aiutare a porre fine alle infinite lamentazioni che si sentono ovunque, e dovrebbe far parte del concetto di proattività. Dal punto di vista medico, poi, ci si richiama a validissimi studi sulla globalità dell’essere umano, alla psiconeuroimmunologia.

Nulla da eccepire sulle intenzioni. E credo nella PNEI (psiconeuroimmunologia). Però leggete il bellissimo libro sull’argomento scritto dal Prof. Enzo Soresi, o ascoltate la sua relazione riportata anche in questo sito. Poi leggete l’articolo citato, o un’altra infinità di scritti. La differenza è profonda. Nel testo del prof. Soresi c’è un forte richiamo alla medicina olistica o, meglio, alla medicina sistemica, ma non una sola frase può essere interpretata come colpevolizzazione del malato.

Già, perché il vero problema di questa nuova tendenza è proprio quella costante ricerca di un colpevole solo che al colpevole esterno è stato sostituito l’individuo stesso, con risultati a dir poco devastanti.

Non hai successo? Colpa tua. Non hai pensato positivamente.

Sei malato? Colpa tua. Hai mangiato latte, carne, sei depresso …

Credo che, nella realtà, la linea di pensiero dominante sia solo un residuo dell’antico calvinismo, dell’illuminismo deterministico e le meccanismo di vita reattiva che, apparentemente, viene condannata.

Nulla a che vedere con la proattività, il pensiero sistemico, la visione olistica e la responsabilizzazione dell’individuo